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Dalla verità alla possibilità

Scritto da admin | 26 agosto 2026

Per una filosofia della progettazione

a cura di Virginia Turra



Nel momento in cui, da umanista, ti viene chiesto di scrivere un pezzo che porti una prospettiva diversa sul mondo dell’“informatica”, oltre a un certo entusiasmo sorge, almeno nel mio caso, una discreta dose di imbarazzo. In parte la sensazione deriva da un sano senso di inadeguatezza, la consapevolezza di avere una visione talmente parziale e frammentata del fenomeno da non poter ambire a nulla se non a sondarne timidamente la superficie, come potrebbe una freccia scalfire un blocco di marmo (o una sfera di piombo, nella mia mente queste sono le rappresentazioni della cosa).

 

C’è tuttavia una componente più interessante a mio avviso, ovvero che, in tanti anni di studi accademici, raramente sono stata incoraggiata così esplicitamente ad esprimere un’opinione personale. «La differenza tra un filosofo e uno studente di filosofia – frase comunemente attribuita a Ludwig Wittgenstein – è la stessa che c'è tra uno zoologo e un animale». In virtù di questa massima e in qualità di studentessa di filosofia, mi sono sempre sentita squalificata dal mondo elitario dei pensatori che potessero esprimere opinioni di interesse, almeno per il momento.

 

È forse qui il nodo della sensazione di imbarazzo descritta sopra, nel carattere equalizzatore che il mondo dell’ICT sembra mostrare ai miei occhi di neoassunta. Non che non esista una spinta all’espressione nel mondo umanistico. Ho sempre avvertito, tuttavia, un certo paternalismo in quegli incoraggiamenti, e quella benevola superiorità cui gli essais dei giovani vengono sottoposti, tale da risultare, almeno nel mio caso, persino più respingente di un rifiuto esplicito.

 

Dalla mia posizione attuale, del tutto precaria, ho l’opportunità invece di occupare uno spazio con un’idea, di dedicare qualche ora del mio tempo al pensiero, al dargli una forma e un’estensione, e l’impressione che tutto ciò avvenga grazie a una consapevolezza più profonda dell’umano e a una rivalutazione delle sue potenzialità, il che costituisce un esito alquanto paradossale.

 

È come se appena fuori dal perimetro di un settore stanco, altamente istituzionalizzato e gerarchico, che sempre più spesso sembra configurarsi come una disciplina di commento e pare aver smarrito parte della propria vocazione progettuale, il pensatore possa trovare vitto e alloggio nel blocco marmoreo (o sfera di piombo) della tecnica e della scienza, e si possa qui vedere in lui non più lo studente, con la sua cartella e la camicia sgualcita, bensì l’ uomo e l’animale, con il suo pensiero e il suo fare.

 

Questa impressione personale potrebbe essere liquidata come l’effetto di un cambio di ambiente. Eppure, osservando la storia recente del settore, si ha l'idea che sia effettivamente accaduto qualcosa di significativo.

 

È singolare, infatti, che l'impresa più ambiziosa del XXI secolo — la costruzione di una macchina capace di simulare aspetti sempre più sofisticati dell'intelligenza umana — non sia nata nei dipartimenti di filosofia, di linguistica o di psicologia, ma nei laboratori di ricerca delle grandi aziende tecnologiche, e mentre centinaia di miliardi di dollari vengono investiti per comprendere, modellizzare e riprodurre il linguaggio, il ragionamento e la creatività umane, gran parte delle discipline che per secoli hanno rivendicato il monopolio teorico su tali fenomeni sembrano aver assunto un atteggiamento di difesa, tutte ripiegate internamente a commentare, a criticare, a proteggere loro stesse dall’onda dirompente del progresso.

 

Sottratto ai suoi interpreti tradizionali e affidato ai suoi ingegneri, il problema dell’intelligenza è scivolato progressivamente dalla sua posizione originale – si pensi alle teorizzazioni di Cartesio e Kant – assumendo conformazioni inaspettate. Pietra miliare in questo senso è certamente la pubblicazione, nel 1950, dell’articolo Computing Machinery and Intelligence di Alan Turing. È precisamente qui che avviene la colonizzazione, se così si può dire, del problema della mente da parte della scienza ingegneristica, i cui Padri fondatori si possono rintracciare nelle figure di John McCarthy, Marvin Minsky, Claude Shannon e Herbert Simon1.

 

Con quest’ultimo il mutamento trova una formulazione teorica compiuta. In The Sciences of the Artificial (1969), Simon osserva come una parte crescente dell’attività umana non sia orientata alla descrizione del mondo, bensì alla progettazione di artefatti, sistemi e organizzazioni capaci di modificarlo. A una conoscenza interessata a ciò che è ed esiste – interesse tipicamente attribuito alle scienze naturali – si affianca una pratica progettuale interessata a ciò che potrebbe essere.

 

In questo senso, il dibattito intorno alla conoscenza del reale abbandona il suo equilibrismo storico, aggirando un dualismo che aveva animato la Methodenstreit tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. La vera conoscenza non sta da qualche parte tra le scienze della natura e le scienze dello spirito – e in questo si rintraccia l’eredità dell’approccio ermeneutico e fenomenologico di Husserl e Heidegger2 – ma è il funambolo che, non avendo di fatto né un baricentro né un appiglio esterno, si domanda se non valga la pena di fare un salto.

 

Da questa matrice discendono molte delle pratiche oggi raccolte sotto l’etichetta di Design Thinking, per cui ogni progetto che abbia la pretesa di realizzarsi nel mondo3 deve avere premura di adottare un sistematico antropocentrismo. Non perché la tecnica si sia improvvisamente eticizzata, e nemmeno in virtù di una rinnovata sensibilità umanistica, ma perché ogni téchnē che ignori l’essere umano è strutturalmente inadeguata al suo scopo. Un prodotto, un artefatto, un servizio sono oggetti-per gli uomini e per le donne, non godono di nessuna indipendenza ontologica o funzionale rispetto al loro utilizzatore finale, e una tecnologia che ignori questo fatto non può che fallire nel suo intento.

 

Vi è inoltre un ulteriore paradosso, difficilmente ignorabile. Per secoli la razionalità occidentale ha assunto come ideale il ragionamento deduttivo, cercando di ricondurre il pensiero a procedure sempre più rigorose, esplicite e deterministiche. In un certo senso, l'uomo ha tentato di educare sé stesso a ragionare come una macchina molto prima di riuscire a costruirne una. Per secoli abbiamo disciplinato il pensiero umano secondo il modello deduttivo, ma ecco che, una volta costruita la macchina, il nostro sforzo si concentra nel riprodurre più fedelmente possibile l’ultimo baluardo di resistenza alla formalizzazione: l’intuizione. I moderni processi di addestramento dei modelli di intelligenza artificiale mirano infatti a produrre inferenze plausibili in condizioni di incertezza, a riconoscere schemi incompleti, a formulare connessioni nuove tra elementi eterogenei: operazioni che la tradizione filosofica, da Peirce in avanti, ha associato storicamente al ragionamento abduttivo. È un po’ come se, dopo aver trascorso secoli a meccanizzare il pensiero umano, ci trovassimo oggi a umanizzare il pensiero delle macchine.

 

Non è difficile comprendere perché un simile ambiente possa apparire particolarmente fertile agli occhi di chi proviene dalle scienze umane. In contesti accademici l'idea nuova rappresenta spesso la perturbazione di un equilibrio consolidato e deve conquistarsi lentamente uno spazio di legittimità; nel mondo della progettazione, al contrario, ogni idea costituisce una possibilità inesplorata e, in quanto tale, un potenziale valore. Non perché il sistema sia più democratico o più illuminato, ma perché è strutturalmente incentivato a scommettere sull'innovazione. Che lo spostamento dalla verità alla possibilità costituisca una fetta significativa della forza attrattiva del settore tecnologico contemporaneo? Un ecosistema orientato alla progettazione non chiede anzitutto a un'idea di essere vera, ma di mostrare la propria capacità di funzionare. L'intuizione dello stagista non viene accolta perché autorevole, ma perché potrebbe rivelarsi feconda. E forse è proprio questa disponibilità a scommettere sul possibile che rende il settore così fertile: non l'assenza di gerarchie, né una particolare virtù morale, ma la convinzione che il valore di un'idea non risieda interamente nel passato di chi la formula. In questo senso, il passaggio dalla verità alla possibilità non rappresenta soltanto una trasformazione epistemologica, ma anche una forma di fiducia. Una fiducia accordata, almeno per un momento, a ciò che non esiste ancora.

 

Postilla. Si nominano, per correttezza, i contributi di ChatGPT e Copilot sulle note tecniche; i loro suggerimenti di stile sono stati tuttavia sistematicamente ignorati.

 

 

 

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